domenica 15 settembre 2013

Ospedale nuovo? Sì, ma in via Alfieri!




























Nel 2010 c'è stato un referendum, in occasione del quale il 73% dei votanti (20.738 cittadini su 28 mila) si è espresso a favore del mantenimento della struttura di Viale Alfieri. Il sindaco Cosimi, il Partito Democratico e l’ASL, però, decidendo d'imperio (sulla base di chissà quale logica) che chi non è andato a votare era favorevole alla costruzione della nuova struttura a Montenero, insistono nel voler realizzare un’opera che, a chiunque voglia valutare l'operazione senza i paraocchi degli interessi particolari, appare costosa, inutile e dannosa per la città.

Contro questo sprezzo del buon senso, ALBA, insieme agli altri componenti del Comitato per l'Ospedale Nuovo in via Alfieri, raccoglie le firme per presentare all'amministrazione comunale (ormai in scadenza, lo ricordiamo) una petizione per chiedere di ascoltare finalmente la voce dei cittadini e fermare i lavori, lasciando al nuovo sindaco che sarà eletto nella prossima primavera ogni ulteriore decisione in merito.
Chi vuole aiutarci in questa campagna di difesa della Sanità Pubblica livornese ci trova davanti al Poliambulatorio, dal lunedì al sabato (quando il tempo e la disponibilità dei volonterosi volontari consentono l'apertura del banchetto).
Una firma è la vostra voce. Non restate muti!

Non si può costruire la pace per mezzo della guerra




Parte seconda

La NATO.
Nel 1949 il trattato costitutivo della NATO aveva carattere strettamente difensivo e si rifaceva all'art.51 della Carta ONU che prevede l'uso della forza esclusivamente a scopo difensivo nel caso in cui uno Stato debba difendersi da un attacco armato e non nel caso in cui l'attacco sia imminente ma non attuale. Nel primo mezzo secolo la NATO si attenne a questa dottrina. Negli anni 70/80, con il progressivo tramontare della potenza sovietica, la NATO si è fatta spiccatamente offensiva. La trasformazione radicale dello statuto dell'Alleanza è avvenuta il 24 aprile 1999. Da trattato eminentemente difensivo, l'alleanza si è trasformata ufficialmente in forza di intervento globale, ampliando aree e motivazioni di intervento. Al centro di questa trasformazione vi è il "Nuovo concetto strategico", che prevede l'utilizzo delle forza come strumento di gestione delle crisi, l'intervento e la proiezione della forza estesa alla periferia dei paesi membri e a tutte le aree in cui si preveda il pericolo di interruzione del flusso di risorse energetiche. Questo ruolo decisamente offensivo ha prodotto la "guerra umanitaria" nella ex Jugoslavia, l'intervento in Irak e l'invasione dell'Afghanistan, tuttora in corso, che vede anche la partecipazione dell'Italia.
Oggi le ragioni di una partecipazione dell'Italia sono passate da difensive a offensive a conferma del controllo egemonico che si prefigge l'alleanza. Le strategie messe in atto dalla NATO si fondano su interventi militari che svincolano la sicurezza dalla pace e si realizzano nell'occupazione dei territori di altri popoli. L'intervento militare in Libia dove la situazione, nonostante il silenzio mediatico, è tutt'altro che pacificata è dimostrata dalla partenza per Sigonella di un nutrito contingente di marines avvenuto nei giorni scorsi. Nell'eventualità tutt'altro che remota di un coinvolgimento militare diretto in Siria, (le implicazioni nell'attuale guerra civile siriana sono note) e in futuribile attacco all'Iran, l'Italia sembra ancora una volta destinata a svolgere un ruolo di primo piano oltre che di partner militare, come base logistica o "portaerei" di tutta l'area mediterranea e mediorientale. Ci sembra importante cercare di capire che cosa è la Nato oggi; uno strumento di copertura politica per i crimini di guerra di alcune nazioni? Un centro di potere politico ed economico? Un tavolo di mediazione di interessi tra nazioni e potentati? Il ramo commerciale dei produttori di armi? Un racket dove si offre protezione in cambio di un pizzo politico? Uno strumento di penetrazione economica? Una SpA della guerra come ampio core business dove a decidere è l'azionista di maggioranza? Sicuramente tutto questo e altro ancora…
Inoltre è utile riportare l'attenzione su questioni, teorizzate e applicate dai generali atlantici, che vanno "oltre la guerra" al terrorismo; quali il controllo della cooperazione civile per fini militari, le tecniche di gestione del nemico interno e il peso economico che esercitano sulle società le strutture dell'alleanza attraverso la gestione dei bilanci militari e degli apparati industriali che lavorano per la cosiddetta difesa. Senza dimenticare la questione non secondaria degli armamenti atomici e dello scudo antimissile nella versione obamiana. Un richiamo anche agli stretti rapporti tra la politiche militari della Nato e dell'Unione Europea che ci permette di evidenziare come a volte sia l'UE a fare da apripista alla Nato, in particolare nel tentativo di sottrarre ai parlamenti il controllo degli interventi militari.
Per l'Italia mostrarsi un fedele alleato comporta scelte economicamente e socialmente costose, quali la ristrutturazione delle proprie forze armate verso modelli sempre più economicamente gravosi e militarmente aggressivi, secondo quanto prevedono i dettami atlantici e il mantenimento di un dispendioso complesso industriale per costruire armi e fornire dividendi agli azionisti. Il tutto per poter poi partecipare, per puro calcolo politico o anche solo elettoralistico, alle guerre decise degli alleati.


Le spese militari nel Bilancio 2013
In un contesto di riduzione della spesa pubblica e dei servizi ai cittadini, sanciti da tagli sia ai ministeri,sia agli enti locali, sia da provvedimenti come la Spending Review , risalta invece che il ministero della Difesa riesce a mettere a bilancio un aumento del proprio budget nel prossimo triennio. Il bilancio del ministero passa infatti dai 19.962 milioni dell'esercizio 2012 a 20.935 di euro nel 2013, fino a 21.024 milioni di euro nel 2015. In tre anni, il ministero della Difesa aumenta del 5,3% le proprie risorse, pari a più di un miliardo di euro. Il modello di difesa, aldilà dei limiti della Legge di Bilancio, prevede da oggi al 2024 la riduzione degli organici dell'esercito di 40mila unità (da 190mila a 150mila soldati, anche se oggi il numero complessivo dell'esercito non supera le 183mila unità) e la riduzione del personale civile a 20mila unità, dalle quasi 30mila in servizio oggi. La visione del ministero consiste nel risparmiare risorse di personale per raggiungere un modello di spesa meno orientato alla manodopera e più agli investimenti. Inoltre, nella Legge di Bilancio ritorna il tema della presenza militare italiana all'estero, voce peraltro fuori dai capitoli di spesa del ministero della Difesa. Il ritiro dall'Iraq ha ridotto l'impegno italiano a circa 6600 unità (oltre 2000 in meno rispetto al 2007). Per il futuro lo stesso governo Monti impegna per il 2013 oltre un miliardo di euro per le missioni militari all'estero, lanciando un segnale preoccupante per quanto riguarda sia gli oneri, sia le scelte di politica estera e di ricorso allo strumento militare già per il 2013.
(Da rapporto di Sbilanciamoci 2013 e dall'Articolo "Riconvertiamoci" di Gianni Aliotti")

giovedì 27 giugno 2013

Non si può costruire la pace per mezzo della guerra

Pubblichiamo, in più parti, lo studio di Alessandro Bocchero e Paolo Cascinelli sui temi della Pace, della Guerra e della Militarizzazione del territorio (toscano e pisano-livornese in particolare).




Parte Prima

1. Il problema dell'informazione.
Il contesto delle relazioni internazionali pone una serie di quesiti che si intrecciano e si compendiano rendendo spesso difficile l'interpretazione dei dati necessari per una lettura obiettiva degli scenari che regolano i nuovi equilibri planetari. Un quadro dal quale emergono, per occhi distratti o profani, chiavi di lettura parziali e incomplete. Il nodo esiziale resta quello dell'informazione: la reperibilità delle notizie e la natura delle fonti, la validità e la frequenza del dibattito pubblico, i suoi sviluppi o l'assenza di continuità, giocano un ruolo fondamentale nella disinformazione dell'opinione pubblica sui retroscena dei rapporti di forza fra gli stati competitori e le concause che li generano. Per quanto riguarda l'Italia c'è da notare che dopo la caduta del muro e l'adesione incondizionata alla NATO da parte di quelle forze politiche che ne mettevano in discussione modalità e scopi, la qualità complessiva dell'informazione sugli avvenimenti di politica estera, ha subìto una involuzione che attesta il nostro paese su posizioni decisamente omissive e antidemocratiche. Prevale un accordo bipartisan non scritto che dà luogo a un'autocensura nei rapporti tra gli schieramenti politici in teoria alternativi, che annulla di fatto nelle valutazioni e nei comportamenti politico-decisionali le differenze ideologiche. La politica estera è stata espunta da tutti i dibattiti di "approfondimento" televisivo e la diffusione delle notizie viene affidata ai telegiornali tramite le agenzie filo-governative o ai comandi delle alleanze (NATO).


La carta stampata salvo casi sporadici non fa eccezione agli indirizzi prevalenti. Il motivo è palese: NATO, WTO, FMI, con l'aggiunta della UE, rappresentano un unico organismo che spartendosi le sfere d'influenza monopolizza l'informazione arruolando un' opinione pubblica ripiegata esclusivamente sui problemi delle emergenze economiche interne.
Stante questi presupposti è appropriato parlare di manipolazione delle notizie. Budget delle spese militari, concessioni di territori e appoggio logistico per basi militari "alleate", costi delle operazioni di "peace keeping", ingerenza negli affari interni degli stati, rovesciamenti di governi e relative operazioni di guerra, vengono minimizzate e spacciate per necessarie ai fini della sicurezza interna. La parola d'ordine che caratterizza le guerre del nuovo millennio, oltre all'indifendibile costo di vite umane, di distruzione delle infrastrutture e di devastazione dell'ambiente e dei beni culturali, è il silenzio informativo. Non ci sono più resoconti di cronaca né cronologie di immagine, e l'esito è quello dell'occultamento dei reali motivi dei conflitti e delle complicità nel loro svolgimento.
La inosservanza di codici e trattati internazionali e gli stessi dettami dell'ONU sono oggetto di continue violazioni che ne minano la credibilità. Si passa così dopo la fase di giornalismo embedded dei primi anni 90, a una fase di silenzio e di oblìo informativo che tende a rimuovere gli eventi.
Il risultato è duplice: la disinformazione dell'opinione pubblica e l'effetto do not disturb legato a operazioni spacciate per umanitarie o portatrici di nobili ideali, che in realtà nascondono gli interessi e gli orrori di tutte le guerre. Un dato questo, tanto più inquietante considerata l'epoca delle comunicazioni a tutto campo come quella in cui viviamo. Internet non è sufficiente a soffocare il rumore di fondo della propaganda a tutti i livelli, della pubblicità commerciale e dei programmi di intrattenimento che viene propinata a ogni ora del giorno dal sistema dei media, finalizzata al convincimento di trovarci nel "migliore dei mondi possibili" e alla gratitudine verso chi ce lo concede. Sono inclusi in tutto questo l'accettazione della "responsabilità" o del "senso dello stato" nei confronti delle alleanze sovranazionali e il tacito ma poco subliminale "premio" in termini economici e di sicurezza, nell'essere fiancheggiatori degli stati più forti economicamente e militarmente guidati dagli USA. Questi ultimi hanno raggiunto una potenza militare senza precedenti nella storia per cui parlare di Impero in senso classico risulta quasi riduttivo. La potenzialità militare di questa nazione (e la spesa esorbitante destinata agli armamenti cui vengono costrette anche le potenze concorrenti), ha una dimensione che è più corretto definire planetaria. Attraverso di essa colonizza il resto del pianeta in maniera tutt'altro che indolore. Si scelgono però in un copione supercollaudato, nemici infinitamente più deboli (e non a caso detentori di materie prime) per l'esportazione dei principi democratici o umanitari, perché nel mondo globalizzato la distruttività degli armamenti non è solo monopolio di uno stato pur elevato a superpotenza. La partita si gioca infatti con le cosiddette potenze emergenti come la Cina, considerata la più accreditata rivale , l'India e la dismessa potenza sovietica che è oggi la Russia, che determinano la competizione globale e la corsa all'accaparramento delle risorse. La teorizzazione e la pratica della guerra infinita di Bush rispondono a questa "esigenza". Il primato mondiale in vista del controllo dei mercati e del reperimento delle risorse energetiche residue. In questo non fa eccezione come potenziale concorrente rivale nemmeno l'Unione Europea.
Per una forza dichiaratamente antiliberista, si pone quindi sia il problema della pace e della cooperazione internazionale, sia quello di una corretta informazione che dia la possibilità di valutazioni più obiettive e corrette.
Il trincerarsi dietro forme revansciste di patriottismo, di razzismo e di dispregio verso culture e popoli diversi, crea un clima di intolleranza alla base di tutte le forme di prevaricazione. La visione occidentale-centrica (in verità assai interessata) portava a identificare nel comunismo "l'impero del male", ovvero il nemico da battere. Ad esso si è sostituito un altro nemico che ha la stessa desinenza grammaticale ma che si chiama "Terrorismo". Manipolandone il significato terminologico e traslandone la negatività semantica sui soggetti prescelti, si compie un'operazione mediatica apparentemente legittima che in realtà presiede agli obiettivi prefissati, affatto nobili e legali.
Le procedure sono in primo luogo di ordine culturale e sempre tendenti al convincimento dell'opinione pubblica. In un cliché supercollaudato, nel caso degli Stati Uniti si fa sempre riferimento a due aspetti storico-culturali radicati nel senso comune o nell'immaginario collettivo. Dall'epopea del West: stati canaglia sono quelli che rifiutano le direttive provenienti dal centro dell'Impero detentore-elaboratore delle leggi ed evolutosi a "impero del bene". La taglia sui capi di stato nemici, Noriega, Saddam, Milosevic Gheddafi (inesorabilmente ex alleati) estesa in un impeto calvinista anche ai familiari.


L'altro aspetto è quello riconducibile alla II Guerra Mondiale. La patente di" liberatori" è sancita dopo 70 anni, anche nel caso dell'appoggio alle peggiori dittature, o nonostante Hiroshima e Nagasaki , nonostante i milioni di morti disseminati in Corea e in tutto il Sud-Est asiatico (Vietnam -Cambogia- Laos-Thailandia) e le centinaia di migliaia in tutto il continente latino-americano al solo scopo di preservare le popolazioni dall'infezione comunista o da qualsiasi istanza che ne ricordasse i connotati: organizzazioni sindacali, sistema elettorale, partecipazione popolare alla vita politica, rifiuto delle sperequazioni, riforme sociali. Qui la definizione di "pulizia etnica" "operata da squadroni della morte" alle dipendenze di Washington, elaborata ad hoc da un'agenzia di pubbliche relazioni nel caso della ex Yugoslavia, non era stata ancora coniata. Ancora una volta per i nemici esposti alla gogna mediatica senza possibilità di difesa, si ricorre al richiamo storicizzato che riconduce all'automatismo del sentimento comune di riconoscenza verso i liberatori: Saddam era stato unanimemente classificato l'Hitler del Golfo. Una copertina di Panorama diretto da Carlo Rossella lo aveva raffigurato nell'icona frankensteiniana con i punti di sutura nel cranio della creatura resuscitata. Lo scalpo dei due figli uccisi fu esposto in pubblico. Anche l'ex presidente serbo Milosevic, lasciato morire in carcere prima della definitiva udienza processuale, era stato classificato come dittatore. Nonostante fosse stato eletto per due mandati e senza la presenza di portaerei nell'Adriatico, contrariamente al suo successore Dijndic. Anche in questo caso furono adottati entrambe gli schemi classici: la taglia per la cattura saldata in due tranches e la reidentificazione di Hitler dei Balcani. 
Per l'Italia, mai dismesso paese di frontiera che ospita dislocate sul territorio nazionale decine di basi statunitensi, vale ricordare la correlazione tra la stagione dello stragismo che da Portella della Ginestra fino alla stazione di Bologna, ha sempre coinciso con la crescita del movimento operaio nel dopoguerra. La memoria corta non aiuta a ricostruire le motivazioni alla base delle azioni dei servizi segreti deviati dello stato e le varie organizzazioni illegali, collegati con quelli di oltreoceano. Mentre si stornava l'attenzione dell'opinione pubblica sul fasullo "rapporto Mitroki"n in realtà si gettavano le basi di una nuova stagione di appiattimento analitico, complice delle successive avventure militari, con i risultati cui assistiamo di una completa mancanza di critica e di informazione.




martedì 18 giugno 2013

Nuovi Referenti per il Nodo di Livorno



Lo prevede lo Statuto, ed è nel DNA di ALBA: niente Presidenti, niente Segretari, niente Comitati Centrali. Ogni Nodo ha almeno due Referenti, uno per genere, che ruotano annualmente. Così, dopo il primo periodo di "rodaggio" del Nodo (e dell'associazione stessa, che solo a febbraio di quest'anno ha potuto varare il primo tesseramento) durante il quale è stato Marcello Lenzi a farsi carico... dell'incarico dedicando al compito molto del suo tempo, tutta la sua esperienza e le sue molte competenze riuscendo a far crescere e operare il gruppo come meglio non si sarebbe potuto, è arrivato il momento di effettuare il passaggio delle consegne a nuovi responsabili.
Nella foto sopra vediamo, sulla destra, Lenzi che raccoglie le sue cose e si appresta mestamente ad abbandonare la prestigiosa posizione di potere, mentre sulla sinistra uno dei nuovi Referenti, Luca Filippi, un po' smargiasso, gongola per l'ambita promozione. Al centro Maurizio Camerini esulta da par suo per la riconferma nella lucrosa carica di Tesoriere.
Naturalmente stiamo a scherzando: la foto è stata "rubata" al termine di una delle Apericene di finanziamento organizzate dal Nodo e non ha nulla a che vedere con la scelta dei nuovi Referenti il cui compito, come abbiamo detto, non rappresenta in nessun modo una posizione di prestigio né di potere, ma solo un maggior impegno che i prescelti affrontano con spirito di servizio. Come dovrebbe essere sempre nella Politica, che allora riacquisterebbe forse quella credibilità che, nell'opinione pubblica italiana, al momento ha quasi completamente perduto.
Buon lavoro, dunque, ai nuovi Referenti (oltre a Filippi, Giuliana Contini e Marcello Toninelli che vedete nelle foto qui sotto).





domenica 16 giugno 2013

Da Bari torna la democrazia


Incontro nazionale a Bari per affrontare, guardando all'Europa, i nodi che stanno asfissiando la politica italiana. Riportiamo un'intervista a una delle organizzatrici, Teresa Masciopinto, del Nodo Territoriale di Bari:

Come è andata?
Molto bene. Volevamo mettere in ascolto reciproco persone e soggettività politiche che provenivano da esperienze diverse, ma che condividono la profonda critica nei confronti dell’attuale sistema socio-economico e politico. Abbiamo utilizzato lo slogan ‘la democrazia sta tornando’, una sorta di refrain del film “No – I giorni dell’arcobaleno”, che evoca il recupero di una capacità di visione in un momento in cui la democrazia ci sta franando sotto i piedi, anche in virtù di decisioni politiche nazionali che vanno ben al di là dei confini democratici tradizionali. Pensiamo anche al dibattito sul presidenzialismo, fino a qualche mese fa inimmaginabile, eppure oggi capace di raggiungere discussioni avanzate senza che nessuno si ponga un problema di sostenibilità e tenuta del nostro attuale assetto democratico”.
I gruppi di lavoro cosa hanno prodotto?
Contributi articolati e organici. Presto li metteremo in rete in modo da sollecitare sia la condivisione e, ci auguriamo, una discussione anche nel prossimo futuro.
Il processo che avete attivato riguarda un tentativo di aprire uno spazio innovativo nell’attuale panorama dell’estrema sinistra o vi rivolgete ad un mondo più ampio?
Io credo che siano le idee che si propongono e ciò che si realizza a poter essere catalogate come ‘di destra o sinistra’, non tanto i singoli soggetti. Noi vogliamo parlare a quell’ampio fronte democratico che oggi, in porzioni ampie, non si reca più al voto anche perché disilluso e incapace d’identificarsi con una proposta politica. Ma su una cosa voglio essere molto chiara: a noi non interessa parlare al 2% minoritario di estrema sinistra, ma ad un popolo progressista che ha voglia di lavorare sulle proposte da mettere in campo per salvaguardare l’assetto democratico, rilanciare il nostro Paese e la nostra città”.
A questo riguardo qual è la vostra idea per Bari, anche in vista delle amministrative?
Noi vogliamo programmare una serie di iniziative di partecipazione per aprire una discussione a 360 gradi sulla città e sul suo futuro. Crediamo sia urgente e come Alba faremo la nostra parte”.
Ritiene che possa nascere una candidatura da questo processo?
Parlo in prima persona e quindi formulo un auspicio del tutto personale: io mi auguro che la società civile che incontreremo sappia lanciare una sfida alla città anche attraverso una candidatura. Il fatto che in questa città ancora non si parli di primarie è per me molto grave. Una volta intrapresa una modalità di apertura al territorio non si deve tornare indietro. Ecco perché ritengo che se il Pd non dovesse fare le primarie sarebbe un grave errore politico”.
Ma questa frammentazione a sinistra non rischia di essere controproducente ai fini elettorali?
Io sono molto preoccupata per la frammentazione a sinistra. Allo stesso tempo sono però molto preoccupata da chi pone il tema della governabilità su tutto. Essere schiacciati da quest’ultima urgenza rischia di far disperdere una visione diversa della società e del futuro. E’ importante costruire un’alternativa politica all’attuale assetto partitico. Come detto noi faremo la nostra parte e man mano assumeremo delle decisioni”.

Potete trovare altri commenti e video relativi alla giornata qui, qui e qui.
Sotto, alcune immagini dell'evento.













sabato 1 giugno 2013

Così si difende un Bene Comune!


Rubiamo all'amico turco Ozgur Ates (nella sua lingua significa "Fuoco Libero"; lo vediamo nella foto qui sotto) una serie di immagini della manifestazione in atto a Istanbul. La protesta popolare in difesa di un parco pubblico (un Bene Comune), polmone verde nell'inquinatissima metropoli sul Bosforo, che l'amministrazione vuole radere al suolo per far posto a un centro commerciale e a una moschea, brutalmente repressa dalla polizia, è dilagata come un incendio in tutta la nazione trasformandosi in una protesta contro il crescente autoritarismo del premier Erdogan. Al momento, mentre si contano i feriti (alcuni manifestanti hanno perduto la vista), Erdogan ha fatto ritirare le forze dell'ordine e a Istanbul si sta svolgendo quella che l'amico Ozgur chiama una "freedom march"!














giovedì 30 maggio 2013

La crisi? Se ne parla a Rosignano Solvay

ALBA organizza un nuovo incontro, stavolta spostandosi in provincia.
L'appuntamento è per venerdì 31, alle ore 21, nella Sala Conferenze del Centro Rodari in piazza del Mercato a Rosignano Solvay.



Alcuni aderenti del Nodo Territoriale di Livorno presenteranno il libro di Ruffolo e Sylos Labini "Il film della crisi", e da lì partiremo per discutere insieme sulle possibili vie d'uscita dalla crisi economica e politica che tocca in particolar modo il nostro paese e che per gli abitanti di Rosignano si riflette in modo preoccupante nelle vicende degli storici stabilimenti della Solvay. 



Come spiegano Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini nel loro saggio, la crisi che stiamo attraversando non è una crisi qualunque. Dopo di essa le cose non torneranno piú come prima, perché è avvenuta una mutazione profonda del capitalismo, di natura finanziaria. Il loro libro è un contributo per riportare al centro della riflessione gli ideali politici e morali per costruire una società con maggiore eguaglianza, e una nuova etica del capitalismo contemporaneo. È un racconto che mostra con chiarezza, attraverso le tappe che hanno condotto alla crisi, una vera e propria mutazione del capitalismo. La crisi in cui sono immersi i Paesi occidentali nasce infatti dalla rottura di un compromesso storico tra capitalismo e democrazia. La fase successiva a questa rottura può essere definita come l'Età del Capitalismo Finanziario. La mutazione del capitalismo è dunque di natura essenzialmente finanziaria. Essa attribuisce alla grande impresa privata e al capitale un potere assolutamente sproporzionato rispetto agli altri fattori della produzione, soprattutto al lavoro. Per questi motivi è necessaria un'inversione della politica economica per ridimensionare il potere del capitalismo finanziario e per restituire allo Stato e alla democrazia le leve del finanziamento dello sviluppo, specialmente durante una fase di crisi. Così sarà possibile promuovere una crescita sostenibile e un più alto grado di eguaglianza e di consenso sociale. Per progredire verso una società più prospera e giusta.

Qui sotto, una breve rassegna fotografica dell'incontro.






martedì 28 maggio 2013

Strumenti da correggere o morti che camminano?


Nel novero de "Gli incontri di ALBA", il giorno 28 maggio 2013 alle ore 18,45 Marco Revelli è a Livorno per presentare, alla libreria Feltrinelli di via Di Franco 12, il suo ultimo libro, "Finale di partito".
Il sociologo cuneese spiega: “La crisi dei tradizionali partiti politici è ormai conclamata, e rischia di contagiare le stesse istituzioni democratiche. Secondo i piú recenti sondaggi, meno del cinque per cento degli italiani ha fiducia nei partiti politici. Ovunque cresce un senso di fastidio verso quella che viene considerata una «oligarchia», separata dal proprio popolo e portatrice di privilegi ingiustificati. È importante misurare le dimensioni del fenomeno e interrogarsi sulle sue cause. Con una domanda finale: è possibile la democrazia «oltre» i partiti?”
All'indomani delle elezioni nazionali e di una tornata di rinnovi di amministrazioni comunali, fra cui quella della capitale, l'argomento è di pregnante attualità: cosa rappresentano oggi i partiti? Sono strumenti un po' obsoleti da correggere e rilanciare come sostiene il neo-democrat Barca, o morti che camminano come grida nei suoi comizi Beppe Grillo?
Si tratta, come si vede, di un incontro da non perdere. Per la città labronica, un'occasione davvero unica per riflettere sull'attuale situazione politica e sui suoi possibili sbocchi.


Qui sotto, alcune foto (di S. Repole) dell'affollato incontro e del ricco dibattito che ne è seguito (si è andati avanti a oltranza, quasi fino alle 22.00... grazie alla cortesia del personale della libreria Feltrinelli!).


Riportiamo qui il testo di un'intervista a Revelli (da Il Fatto Quotidiano del 2 giugno, di Salvatore Cannavò) dove vengono affrontati alcuni dei temi ampiamente trattati dal sociologo albista nel corso dell'incontro livornese:

Marco Revelli, politologo, voce influente della sinistra radicale, accetta lo schema offerto dalle “due Italie” di Grillo anche se non fa mancare al leader Cinque Stelle una serie di critiche molto benevoli. “Ma senza che questo mi faccia iscrivere nella lista dei maestri dalla penna rossa” spiega. Revelli, in ogni caso, pensa che esista un’Italia del 50% che costituisce una “colonna liquida” che si è allontanata dal voto. Si è avvicinata a Grillo ma, poi, sembra essere scappata anche da lui.


Qual è la chiave di lettura di questa realtà sociale in mutamento?
Che la crisi colpisce trasversalmente e decostruisce vecchie fedeltà politiche. Le sfarina. Lo “tsunami” di Grillo ha intercettato un “esodo” che è cominciato diverso tempo fa e che è continuato anche dopo Grillo.

C’è quindi un’Italia che è rimasta dentro il quadro politico. Che Italia è?
Il 50% di elettori romani che ha votato è probabilmente quello che la crisi l’ha vissuta solo di striscio. Ci sono quelli che vivono di politica, su questo Grillo non ha torto: persone che vivono di appalti, consulenze e che in fondo votano per i propri datori di lavoro. C’è poi il voto di opinione, il “ceto medio riflessivo” di cui parla Paul Ginsborg. Poi un ceto medio commerciali e delle professioni. Difficile da quantificare. E che si contrappone a un 50% che invece è politicamente liquido e che è composto da precariato, cassintegrati, etc.

Se l’analisi è questa, dove sbagliano i 5 Stelle?
Non voglio dare giudizi, ma fornire analisi. Se Grillo ha ragione sulle due Italie deve anche capire che esistono “due Grillo”. Quello prima del 25 febbraio, fuori dal Palazzo e capace di farsi sentire. E quello dopo il voto, dentro il Palazzo nel quale la sua voce non si sente più perché lì ci sono delle regole. E così Grillo ha perso gli “incazzati” che volevano farsi sentire ma ha perso anche i “riflessivi” che volevano una proposta. L’Italia del 50% non si è più riconosciuta in lui e continua a rotolare fuori, non rientra nel quadro politico tradizionale.

E dove va?
Il mio più grande timore è che questa “colonna liquida” possa essere messa in corto circuito e produrre una sorta di Vajont, una colonna che si scarica sul sistema politico, schiantandolo. Come Weimar nel 1933. Questo può succedere se arrivasse un vero demagogo, altro che Grillo. Ma lo scenario più probabile è quello che definirei di una “democrazia a bassa intensità” in cui si stabilizza il quadro politico tenendone fuori la metà. Gli indignati, i catastrofici, gli “incazzati” restano fuori e il sistema funziona con chi sta dentro, i “moderati” o “centristi”.

Esiste uno scenario “C”, un po’ più ottimista?
È quello “lontano da Bisanzio”, una proposta politica “fuori dalle mura”, ma in grado di pesare nello spazio istituzionale. Un progetto radicale, alternativo all’esistente, con una classe politica non compromessa con le macerie del vecchio sistema.

Uno scenario simile può non tenere conto di Grillo?
   
No. Di Grillo vanno colti tutti gli aspetti positivi che hanno fatto sperare senza le caricature di se stesso come quella prodotta con Rodotà. Spero che il movimento avverta l’esigenza di un registro diverso, capendo che il passaggio da “fuori” a “dentro” richiede un discorso di sistema. Non basta più quello che Carlo Freccero definisce “lo stile a segmenti”. In ogni caso, l’alternativa alla democrazia di bassa intensità non può prescindere da quell’esperienza che ha reso possibile la partecipazione alla politica di coloro che non hanno mai partecipato al banchetto. Ma, ripeto, non voglio fare il maestro dalla penna rossa.