mercoledì 1 agosto 2012

Per una reale democrazia partecipativa

Pubblichiamo il contributo di Leonardo Bertelli (a destra nella foto sotto) alla conferenza stampa di presentazione del Nodo Territoriale livornese di Alba (30 luglio 2012).


Democrazia e partecipazione
(diffondere il potere, non concentrarlo)

La democrazia rappresentativa ha bisogno... sia di una sua riforma interna in senso proporzionale, sia di essere arricchita da nuove forme di democrazia partecipativa.”
...il sistema rappresentativo è l'unico che garantisce la partecipazione di tutti i cittadini in condizioni di voto segreto... ma per affrontare l'attuale crisi (della democrazia e dei partiti) deve essere associato alla democrazia partecipativa... l'attività costante della partecipazione alimenta e garantisce, stimola e controlla la qualità della rappresentanza e la qualità della politica pubblica.”
Tra i cittadini è cresciuto il desiderio di riappropriarsi di ciò che è comune, non solo beni ma anche processi. La democrazia si allarga e diventa più inclusiva: delle nuove forme di partecipazione dei cittadini, della gestione dei beni comuni, della società civile che interagisce, in piena autonomia, con una sfera politica che si apre alla cittadinanza invece di chiudersi come un riccio.”
Troppe volte la 'partecipazione', come viene praticata dai partiti ansiosi di dimostrare la loro disponibilità e la loro 'modernità', ha assunto il volto dello 'sfogatoio' con assemblee caratterizzate da un confusionismo generale. Occorre invece uscire da questa mistificazione della sovranità popolare, e allo stesso tempo destrutturare una sovranità popolare totalmente fondata sulla delega. Occorre trasformare il livello prepolitico della partecipazione in diritto alla democrazia... L'istituto della partecipazione riduce la discrezionalità delle scelte politico-amministrative, obbligando le istituzioni a prendere in considerazione le istanze partecipative e ad argomentare in maniera più circostanziata le proprie decisioni.”
La partecipazione ha necessità di rispettare tre capisaldi:
  1. L'informazione: la trasparenza e l'accesso possibile e reale dei cittadini partecipanti a tutti i dati preliminari all'oggetto delle decisioni deve costituire il presupposto per una reale partecipazione;
  2. Le tecniche e le risorse umane e materiali per attuarla: il processo partecipativo è normato e calendarizzato, deve inoltre essere seguito e raccolto da tecnici neutrali ed esperti;
  3. La continuità: è un processo, non un momento, che contribuisce così alla formazione di un prezioso capitale umano per qualsiasi democrazia cioè gruppi crescenti di cittadini informati, attivi e con le idee chiare su che cosa costituisce una cultura democratica, che contribuiscono alle scelte e ne controllano l'attuazione.
Per ciò che concerne la nostra città sono andato a rileggermi quello che l'attuale Sindaco scriveva nel suo programma elettorale ampiamente disatteso e largamente inattuato :
...insieme per governare il cambiamento... superamento di una visione gerarchica... idea della partecipazione come motore di cambiamento... i cittadini non più solo destinatari delle azioni di governo, ma essi stessi azioni di governo... la partecipazione si evolve a strumento per costruire e mantenere i legami sociali, per riaffermare e difendere una visione comunitaria del territorio... Livorno 'città della partecipazione'”
Non casualmente i processi partecipativi iniziati (Cisternino 2020, Pensare in grande) sono stati abbandonati e miseramente falliti. Il referendum sulla localizzazione di un ospedale nuovo non ha dato il risultato voluto dai 28.317 cittadini livornesi che hanno partecipato, ma, strumentalizzando i cittadini assenteisti, è stata assunta la scelta opposta, dichiarando che è da considerare “normale”non aver esercitato il diritto-dovere di voto.
Anche per questo ci batteremo per l'eliminazione del quorum in tutti i referendum.
Per la redazione del nuovo strumento urbanistico cittadino l'Amministrazione Comunale ha dichiarato che avrebbe scelto un metodo partecipativo ed ha indetto una gara per scegliere il gruppo dei tecnici che seguisse la partecipazione; di tale gara si è persa ogni traccia.
Come lo strumento urbanistico interessa tutti i cittadini perché dà forma e sostanza a tutto il territorio comunale coinvolgendo i temi dell’ambiente, del lavoro, delle risorse, così il bilancio comunale è l’atto che determina tutte le scelte di spesa del Comune e quindi l’attività ed i servizi del Comune stesso a favore di tutti gli amministrati; tuttavia mai, nella nostra città, è stato affrontato il percorso per un bilancio partecipato, anzi il coordinatore cittadino del PD, per giustificare una mancata pubblicizzazione dell’atto ha parlato di ‘bilancio tecnico’, come se le scelte ivi contenute non fossero l’elemento essenziale della politica economica dell’Amministrazione Comunale.
È nostro obbiettivo contribuire ad aggregare, in modo egualitario, intorno ai temi esposti tutte le individualità autenticamente democratiche della città, senza chiedere abiure o rinunce ad adesioni alle formazioni partitiche dell’area convenzionalmente definita di sinistra, purchè ciascuno di noi abbia capacità di ascolto e volontà di confrontarsi e di decidere insieme.


Nella foto sopra, il Cisternino di Città, protagonista di uno dei processi partecipativi iniziati e abbandonati dal Comune.

Un Bene Pubblico: il patrimonio immobiliare.

Pubblichiamo il contributo di Simona Repole (a destra nella foto sotto) alla Conferenza stampa per la presentazione del Nodo Territoriale livornese di ALBA (30 luglio 2012)


Beni comuni

Una delle tre parole chiave del programma di ALBA è “Beni comuni”.
La nozione di bene comune non è tanto da riferirsi alla specifica proprietà pubblica, quanto alle modalità di gestione ed utilizzo di quei beni che hanno un valore di interesse generale e per la gestione dei quali devono essere previste adeguate forme di controllo dal basso, da parte della collettività.
Beni comuni sono l’acqua, il suolo, i servizi pubblici di interesse generale, il patrimonio culturale, artistico, monumentale e paesaggistico.
La profonda crisi economico-finanziaria, la riduzione dei trasferimenti agli Enti territoriali, la crisi di liquidità sono stati tutti fattori che hanno spinto, negli ultimi anni e nella logica di fare cassa nell’immediato, verso politiche di vendita dei beni pubblici, di dismissione di partecipazioni pubbliche, nonché di privatizzazione di servizi di interesse generale.
Tra i cardini del programma di ALBA c’è proprio quello di difendere i beni comuni da una privatizzazione spinta all’eccesso, in favore di una gestione ed un controllo partecipati, per garantire il diritto di tutti all’accesso ed all’utilizzo dei beni comuni stessi.
I servizi di interesse generale ed i servizi pubblici locali sono stati oggetto di ripetuti interventi normativi che, a partire dai Novanta, hanno spinto verso la progressiva privatizzazione delle società pubbliche quale strumento di apertura al mercato e di acquisizione di risorse finanziarie per altri scopi utili.
Se può essere condivisibile la logica che vuole circoscrivere l’azione degli Enti territoriali alle proprie funzioni istituzionali e di servizio, dall’altra - oggi - è del tutto evidente che l’intento di liberalizzare totalmente alcuni servizi in nome di una migliore efficienza e minori costi non abbia, il più delle volte, portato ai risultati sperati, anzi!
I servizi di interesse generale ed i servizi pubblici locali possono, invece, diventare il braccio operativo attraverso cui le Amministrazioni locali - e attraverso di esse, le comunità locali - potrebbero avviare una politica economica in molti dei settori cruciali per la riconversione ecologica: energia, mobilità, risorse idriche, agricoltura, gestione del territorio.
In tema di servizi pubblici, preme menzionare il caso eclatante del referendum dello scorso anno con il quale i cittadini si sono inequivocabilmente espressi contro la privatizzazione dell’acqua.
Il legislatore, successivamente, ha cercato di far rivivere la normativa abrogata nell’ambito della manovra dell’agosto 2011, ma proprio pochi giorni fa la Corte Costituzionale, nella sentenza n. 199 del 17 luglio 2012, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di detta normativa.
La politica ha il dovere di trovare strade alternative concrete alle politiche di liberalismo nell’ambito della gestione dei beni comuni, che devono essere gestiti in modo efficiente e partecipato ed avendo come obiettivo primario la massima accessibilità da parte della collettività.

Parlando di beni comuni, una riflessione merita anche il tema della gestione ed alienazione del patrimonio immobiliare pubblico.
Anche in questo caso, per dare ascolto alla sola istanza finanziaria di “fare cassa”, la normativa più recente ha spinto verso processi di dismissione del patrimonio pubblico, senza riflettere sul fatto che, spesso e volentieri, una valorizzazione immobiliare proiettata sulla strategia del “convertire-riqualificare-recuperare” il patrimonio (che non viene alienato, anzi aumenta di valore) possa essere più conveniente in termini economici e sociali.
Oggi si deve puntare su processi di valorizzazione e di messa a reddito del patrimonio pubblico avendo una visione più ampia, che preveda il coinvolgimento e la partecipazione della cittadinanza nella definizione delle destinazioni d’uso, e che non si riduca solo ad alienazioni immediate che, spesso, scontano l’inevitabile minor valore derivante da un mercato immobiliare attualmente limitato dalla crisi di liquidità. Non svendere il patrimonio immobiliare pubblico vuol dire tutelare il risparmio, anch’esso un bene comune costituzionalmente garantito.
La valorizzazione del patrimonio pubblico, oggi, ha l’obbligo di rispondere ad esigenze di natura economica, sociale e generale e può diventare oggetto di progetti, iniziative e processi partecipativi locali di grande rilevanza.
Piuttosto che puntare sulla realizzazione di grandi e costose opere pubbliche, occorre rilanciare la spesa pubblica “buona”, che è anche quella che consente di recuperare il patrimonio esistente, di evitare ulteriore consumo del territorio, di rinvestire nella riconversione ecologica.
Su questo bisogna pensare all’opportunità che gli Enti territoriali, in particolare, hanno per affermare un loro nuovo protagonismo in tema di valorizzazione del patrimonio immobiliare, vista anche la prospettiva di trasferimento agli stessi dei beni dello Stato, mediante il cosiddetto federalismo demaniale.
Proprio gli Enti territoriali oggi devono cogliere l’occasione di ricondurre e collegare il tema della valorizzazione immobiliare a quello dello sviluppo e della riqualificazione del territorio.
D’altra parte, la non corretta valorizzazione del patrimonio è, comunque, una forma di spreco delle risorse pubbliche che va contrastata.

Alcune proposte di ALBA per i beni comuni:
- Promozione di politiche ed interventi di recupero, valorizzazione e riqualificazione del patrimonio pubblico esistente, anche mediante piccoli progetti di collaborazione tra Enti e le realtà associative presenti sul territorio.
- Promozione di iniziative di partecipazione pubblica nell’ambito della definizione dei Piani Triennali delle Opere Pubbliche degli Enti Territoriali, al fine di individuare, in modo partecipato, le opere ed i servizi diffusi di interesse collettivo da finanziare in modo prioritario, quali reti idriche, acquedotti, strade, interventi di riassetto idrogeologico, messa in sicurezza sismica degli edifici pubblici, ecc..
- Reinvestire in politiche sociali le risorse finanziarie derivanti da una migliore valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico.
- Coltivare la cultura e il radicamento del senso di appartenenza e della cura del proprio territorio. Bisogna promuovere l’attenzione e la cura che le comunità devono avere nei confronti dei beni comuni che hanno in consegna per conto di tutta l’umanità.
- Promuovere strumenti di pianificazione urbanistica partecipata finalizzata alla valorizzazione e riqualificazione delle aree pubbliche e del territorio.
- Definizione, da parte degli Enti pubblici proprietari, di “Piani di Razionalizzazione” per un uso più efficiente degli spazi di proprietà pubblica destinati a fini istituzionali. Il che potrebbe consentire di recuperare nuovi spazi già “pronti per l’uso” da mettere anche a disposizione delle realtà sociali e dell’associazionismo in generale che sul territorio contribuisce attivamente, al fianco degli stessi Enti pubblici, ad erogare servizi di interesse generale in favore della collettività.
- Definizione di strumenti più efficaci di controllo dei servizi pubblici locali gestiti da società pubbliche e/o miste.

domenica 29 luglio 2012

Quale sicurezza?


Pubblichiamo il contributo di Luca Filippi (sopra nella foto scattata in occasione della conferenza stampa di presentazione del Nodo Territoriale labronico di ALBA il 30 luglio 2012), componente del nostro Nodo, sul tema della Sicurezza.

DUE MODELLI A CONFRONTO: SICUREZZA “FISICA” E SICUREZZA URBANA

In Italia da circa un ventennio, sull’onda di alcuni gravi accadimenti, si sono innestate nuove paure, una volta sconosciute nella nostra comunità. Torneremo dopo su questi accadimenti e sulle paure da essi (ma non solo da essi) originate.
Giova prima soffermarsi sul concetto di sicurezza.
La Sicurezza Globale Percepita dal singolo, e di conseguenza dalla massa, è data da varie “sicurezze”:
climatica, perché fisicamente è la prima cosa che percepiamo (temperatura, umidità, ecc), e negli ultimi anni siamo diventati prima empiricamente e poi culturalmente consapevoli delle variazioni climatiche ormai irreversibili;
economica, perché la dimensione sia fittizia (monetaria), che reale (possibilità di sostentamento), sono sempre più compresse nel nostro modello sociale neo-liberista;
sanitaria, perché conseguentemente alla contrazione delle disponibilità economiche individuali ed ai tagli imposti dal vigente sistema economico neo-liberista tutti i servizi pubblici hanno subito riduzioni;
esistenziale o fisica, ovvero quella relativa all’incolumità della persona.
Tutte insieme concorrono ed interagiscono, si mescolano, solo che la sicurezza fisica, a seguito di operazioni mediatiche e “culturali” condotte, è stata trasformata e confusa con “LA SICUREZZA” per eccellenza.
Posto che la sicurezza in ogni sua forma è un BENE COMUNE come il lavoro, la salute, l’ambiente, l’educazione, la cultura ecc., si è passati dal prevalere del valore della SICUREZZA SOCIALE a quello della SICUREZZA FISICA, quella di cui “dovrebbero occuparsi leggi e polizia”, secondo un errato pensiero corrente.


DATI NUMERICI
Da rilevare come in tutta Europa, Italia compresa, mentre l’attenzione (e gli investimenti) delle istituzioni su sanità, istruzione, cultura, lavoro, ambiente sono calati, a fronte di un aggravamento del senso d’insicurezza collettivo ed individuale in tali campi, succede l’opposto per la PERCEZIONE D’INSICUREZZA FISICA, nonostante il numero dei reati sia notevolmente calato. E’ difficile credere ad un dato simile, visto quanto tempo è che veniamo martellati dai media in senso opposto, ma le fonti sono il SERVIZIO ANALISI CRIMINALITA’ del ministero dell’interno, che trae i propri dati dalle questure, e l’ISTAT.
2006 – FINE 2011:
omicidi -15%, tentati omicidi -10,8%, furti -16%, rapine -32%. Sono aumentati i furti in abitazione e le truffe, ma è da tener presente che il grosso delle truffe è di natura informatica, e che questo genere di attività nasce a metà anni ’90. La tendenza è omogenea in tutta Europa, e in Italia le cose vanno un po’ meglio rispetto a Francia, Spagna, Gran Bretagna. Ancor meglio vanno in Germania, ma la crisi là si fa sentire meno e diversamente, soprattutto le maggiori spese sociali fanno avvertire minor INSICUREZZA GLOBALE (Istruzione, lavoro, salute).


NON CORRISPONDENZA TRA CALO DEI REATI E INSICUREZZA PERCEPITA
Il 29% circa delle famiglie italiane sente minacciata la propria incolumità fisica, l’85% crede che negli ultimi 5 anni la criminalità sia aumentata. Perché i dati reali contrastano con la percezione?
Analizziamo le tipologie di persone che si sentono più minacciate: donne, anziani, minori, giovani, operai, disoccupati, redditi più bassi. Ovvero, le persone cui di fatto manca la sicurezza sociale. Se poi confrontiamo questi dati in rapporto ai mass – media, notiamo che le persone più esposte alla tv sono le più spaventate, in particolare se seguono trasmissioni ansiogene quali “La vita in diretta” e simili, dove un episodio di cronaca nera viene riproposto per mesi.


DISINFORMAZIONE TELEVISIVA ED ELEZIONI
Dall’estate 2007, inizio crisi, a tutto il 2011, le reti Mediaset e le prime due Rai hanno dato da 1100 a 1700 notizie di cronaca nera e da 147 a 327 sulla crisi mondiale-europea-italiana. Fa eccezione Rai 3, con 634 contro 270 (fonte osservatorio di Pavia).
Emblematico l’omicidio di Paola Reggiani, sul quale è stata costruita la campagna mediatica per l’elezione del sindaco di Roma Alemanno. Il biennio 2007 – 2008 è stato, nella storia d’Italia, quello in cui si è visto il maggior sforzo politico e mediatico per attrarre prima l’attenzione, poi il consenso degli italiani sulla “sicurezza fisica”. Il modello a “spirale crescente” è:
CREAZIONE/ALIMENTAZIONE DI PAURE – PROPOSTA DI SOLUZIONI SECURITARIE – IPERPRODUZIONE DI LEGGI REPRESSIVE – TAGLI ECONOMICI E RIASSETTI DISORGANIZZANTI DELLE FORZE DELL’ORDINE – CATTIVI RISULTATI OPERATIVI VISIBILI (immigrazione) - CREAZIONE/ALIMENTAZIONE DI PAURE…..”.


SICUREZZA, DESTRA, SINISTRA
Purtroppo la sinistra, o comunque le forze progressiste, hanno sempre considerato la sicurezza “roba da destra, da fascisti”, col risultato che non c’è mai stata un’elaborazione né culturale, né pratica di un modello di sicurezza alternativo alla “democrazia penale”, ai pacchetti sicurezza, alle ronde, all’alimentazione di ignoranza, quindi pregiudizi, quindi chiusure escludenti e marginalizzazione – ghettizzazione; il tutto frutto della polarizzazione economica e sociale che viviamo. Mancando un percorso autonomo di crescita delle forze che dovrebbero essere innovatrici e rispettose dei diritti dei più deboli ed emarginati, purtroppo spesso vengono (mal) scimmiottate e rincorse le politiche neo-conservatrici, col solo e fallito scopo di catturar consensi elettorali.


QUALE NUOVO MODELLO DI SICUREZZA URBANA
Poiché, come abbiamo visto, la sicurezza globale è frutto del rispetto della sicurezza di vari diritti (sociali), il primo punto programmatico per la sicurezza urbana è una più equa distribuzione di ben-essere, assai diverso dal ben-avere, con cui spesso lo confondiamo. Idem dicasi per il lavoro e l’welfare.
Occorre anche promuovere da subito crescita culturale e politiche che potranno dare risultati duraturi e radicati solo col tempo. Invecchiamento demografico ed impoverimento alimentano le paure, quindi servono politiche demografiche cittadine lungimiranti; i migranti devono esser trasformati in risorsa, anziché in minaccia. Non c’è alternativa. La sicurezza globale, che contiene quella fisica, è il risultato di percorsi partecipati e condivisi da tutte le agenzie della città, comune, prefettura, questura, organizzazioni sindacali, scuola, ma anche e soprattutto urbanistica e architettura.
Paradossalmente, proprio i tagli di bilancio dei comuni producono non risparmio, ma costi sociali che poi si tramutano in marginalità e quindi paura ed esclusione, non solo verso i migranti ma oggi, con la crisi, anche verso i nuovi poveri italiani. In sostanza, al centro della sicurezza, insieme ad un buon sistema di welfare, è la riqualificazione urbana.


LIVORNO
Anche a Livorno si sono separati i luoghi dell’abitare da quelli del comprare, del lavoro, della socializzazione, quando quest’ultima c’è. Le istituzioni sono spesso in concorrenza tra loro, quando non in contrasto, anziché progettare, condurre e realizzare progetti (ri)qualificanti del vivere comune. Troppo spesso la linea è quella del “vigile – sceriffo”, della “bonifica del territorio da stranieri ecc”, e vanno così sprecate risorse umane ed economiche, da destinare invece ad una miglior vivibilità dei quartieri, soprattutto Nord, ma non solo. Manca un governo complessivo della città, prevalgono logiche spartitorie finalizzate ad imbonire, nelle migliori ipotesi gruppi economico-“politici” più o meno contigui.
Manca un “piano dei tempi e degli orari”, che metta in relazione le mutate esigenze “private” col “pubblico”, una correzione alla politica abitativa fin qui seguita, che crea quartieri – dormitorio, talvolta ghetto, favorendo omogeneità sociale e fragilità degli abitanti di un quartiere, anziché favorirne la “contaminazione reciproca”, soprattutto sul piano culturale. Realizzazione di centri commerciali “templi del modello consumistico”, delocalizzazione del lavoro, quartieri lontani ed isolati, sono la perfetta ricetta della società non coesa, consumista, improduttiva, marginalizzante. Aggiungiamoci i vari ”poli ambientali” quali discariche periferiche, rigassificatori ed inceneritori, ed è completo il quadro della politica della SICUREZZA GLOBALE di Livorno. Mancando, od essendo inadeguata ed insufficiente, da parte degli amministratori, una politica dell’integrazione e dell’intercultura (riferite non solo ai migranti, ma a tutti gli abitanti della città), è ovvio che l’ignoranza e le paure prendano il sopravvento.
Manutenzione della città, riprogettazione dei servizi di polizia, servizi di quartiere, prossimità, cooperazione tra e con i cittadini, sono più economici ed utili di alta tecnologia (telecamere), chiusura sociale, escalation securitaria.
Si tratta sostanzialmente di agire in positivo e non in difesa, costruire invece che (solo) “sorvegliare e punire”.



mercoledì 25 luglio 2012

Pensieri dell'Alba


Alcuni articoli che vale la pena di leggere: qui si parla di trasporti "equo-sostenibili"; qui di crisi e beni comuni; in questo articolo da il Tirreno Luciano Gallino ci spiega in che modo il pensiero unico impedisce alla gente di reagire all'attuale situazione; Guido Viale, su il Manifesto, propone invece un'altra economia per una nuova Europa; dulcis in fundo, Alberto Lucarelli, su il Fatto Quotidiano, sostiene che il fiscal compact trasferisce la sovranità dal popolo all'Europa: è giusto? E' sbagliato?

martedì 24 luglio 2012

L'Alba sorge alla Corte Costituzionale



ALBA ha riportato una decisiva vittoria contro l'obbligo alla privatizzazione e lo scippo dei referendum.
La Corte costituzionale ha infatti bocciato l'articolo 4 della cosiddetta manovra di ferragosto 2011 accogliendo il ricorso scritto per la Regione Puglia da Ugo Mattei e Alberto Lucarelli, due dei primi firmatari e redattori del Manifesto di ALBA per un soggetto politico nuovo.
L'articolo di Lucarelli e Mattei sul merito della sentenza (da il Manifesto  del 21 luglio 2012) lo trovate qui.
Il comunicato stampa di Alberto Lucarelli e Ugo Mattei (20 luglio 2012) è invece qui.
La sentenza di ieri è fondamentale anche perché afferma, come oggi dichiara Stefano Rodotà,  il rifiuto della “logica emergenziale in economia che pretende di travolgere tutto, Costituzione compresa”.  Questa sentenza mostra che non si può fare tutto in nome della crisi e del ritornello "L’Europa lo chiede”.
Possiamo dire che i fautori del pensiero unico in nome di quel tormentone hanno perso e che questo risultato “rappresenta un passaggio fondamentale intorno al quale le forze democratiche di questo Paese dovranno ritrovarsi per indicare strade alternative alle politiche liberiste di Monti per uscire dalla crisi” .
Ed è anche da questa esperienza, dalla volontà di generare nuove forme della politica, che ha avuto inizio il percorso di un soggetto politico nuovo, di ciò che oggi è ALBA.
La vittoria di ieri alla Corte Costituzionale non è dunque solo una vittoria giuridica, ma il frutto dell'iniziativa POLITICA di un gruppo di giuristi, sottoscritta da migliaia di italiani nell'agosto 2011 in diretta continuità con la vittoria referendaria.
Qui trovate la ricostruzione cronologica dell'iniziativa politica.
Insomma, risultato della partita: Democrazia 1 - "L'Europa lo chiede" 0.

martedì 10 luglio 2012

E' la stampa, bellezza!



ALBA si sta ancora organizzando per darsi, a partire dallo Statuto, una identità definita, se non definitiva. In questo momento di "strutturazione", è inevitabile che l'attenzione della stampa al nostro progetto sia minima. Fa perciò piacere constatare che il dibattito in corso nel nostro inedito soggetto politico trova comunque già riscontro (e ulteriore contributo) almeno nei quotidiani "amici".
Su "il Manifesto" Piero Bevilacqua scrive:
"Il nuovo soggetto politico dovrebbe convocare un’Assise nazionale in cui discutere di conversione ecologica, piccole opere, nuove economie produttive. Per creare nuovi lavori e uscire dalla recessione con un altro modello di sviluppo

Il lavoro è dunque diventato il centro della discussione pubblica. O, per meglio dire, lo è diventato il tema della sua dilagante mancanza: la disoccupazione. Segno che il fenomeno non è più occultabile, non può essere più imbellettato dalla pubblicità politica corrente. Le liberalizzazioni e la riforma del lavoro con cui il governo ha dilapidato sei mesi di attività non hanno fermato, com’era prevedibile, l’emorragia di posti di lavoro, né arrestato la china in cui il paese va precipitando. Credo che tale nuova centralità dovrebbe costituire oggi l’occasione per afferrare più profondamente il carattere del capitalismo dei nostri anni e al tempo stesso per mettere alla prova la capacità progettuale della sinistra, e in primo luogo di Alba, la formazione che, sin nel suo nome, pone il lavoro al primo posto..."
L'interessante articolo lo trovate, completo, nella pagina dei Documenti, qui a fianco.

sabato 7 luglio 2012

In poche parole


Postiamo un paio di video-interviste raccolte in occasione dell'incontro fondativo di Firenze nello scorso aprile. Qui quella a Paul Ginsborg. Filippo Zolesi parla invece qui.